Dagli scavi alle ricerche archeologiche clandestine, la fiorente rete che vendeva i preziosi reperti all’estero

L’operazione “Dea madre” a Lanusei.

Le migliaia di intercettazioni captate ed analizzate dagli uomini del commissariato di polizia di Lanusei, dell’ispettorato forestale, della compagnia dei carabinieri di Lanusei e del nucleo Tutela patrimonio culturale di Cagliari, hanno evidenziato come gli indagati eseguivano le ricerche archeologiche clandestine per poi “canalizzare” i reperti rinvenuti verso il mercato estero ed in particolare verso quello francese; qui venivano ricettati e molto probabilmente riciclati grazie a un emigrato ogliastrino residente in Francia.

Nel corso dell’indagine sono state eseguite numerosissime perquisizioni, che hanno permesso il recupero di diversi reperti archeologici che, sottoposti ad esame tecnico scientifico dai funzionari delle soprintendenze di Cagliari e Sassari, sono stati valutati di notevole interesse storico e scientifico. Tra questi figura anche il sequestro di un intero sito archeologico presente all’interno di una proprietà in uso ad un indagato in territorio di Isili, che è stato senza ombra di dubbio un importantissimo obiettivo finalizzato al contrasto del reato perseguito. L’aver messo in luce quel “museo a cielo aperto” (così come definito dagli stessi indagati nel corso di diverse intercettazioni) è da ritenersi un importante contributo non solo al contrasto del fenomeno, ma anche e soprattutto alla tutela del patrimonio archeologico sardo. Ciò è emerso anche grazie alle relazioni tecniche redatte da funzionari archeologi della soprintendenza di Cagliari che da tempo riconosce l’importanza della zona. L’intervento assai invasivo compiuto dai componenti dell’associazione per delinquere perseguita, altro non ha fatto che danneggiare irrimediabilmente la stratigrafia del sito, causando la perdita definitiva di dati importanti per la ricostruzione storica delle strutture.

I rischi degli insediamenti archeologici dell’isola.

In Sardegna gli insediamenti archeologici sono così numerosi che, sovente, le segnalazioni relative agli scavi clandestini pervengono alle Autorità preposte alla tutela anche a distanza di anni rispetto alla data della loro effettiva esecuzione. Proprio questo è il problema più rilevante nella protezione del patrimonio culturale in Sardegna che risente sicuramente della scarsa presenza antropica nel territorio, perlopiù concentrata nei maggiori centri urbani (la superfice del territorio si aggira intorno ai 24.000 chilometri quadrati circa e la popolazione è di circa 1.680.000 per una densità abitativa pari a 69 abitanti per chilometro quadro, tra le più basse d’Italia).

La Sardegna possiede un immenso patrimonio archeologico, non esattamente quantificabile, ma sicuramente nell’ordine di migliaia di siti difficilmente controllabili, fra i quali, certamente, alcuni noti solo ai cosiddetti “tombaroli”. L’odierna crisi economica, peraltro, spinge la delinquenza del settore ad accentuare il fenomeno criminale in considerazione del minor rischio derivante da tali azioni rispetto a quelle legate a diverse tipologie delittuose quali le rapine, le estorsioni, i furti.

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